Walter Ballmer, grafico svizzero e maestro del progetto grafico, ha lasciato una traccia indelebile nella cultura visiva della società dell’immagine dal dopoguerra ad oggi in Italia.

Dopo essersi laureato in grafica presso la Kunstgewerbeschule di Basilea, Ballmer si trasferì a Milano nel 1947 dove iniziò a collaborare con lo Studio Boggeri. Nel 1956 fu assunto da Adriano Olivetti come grafico presso il reparto di sviluppo e pubblicità a Ivrea. Nel 1970 disegnò il logo Olivetti, che in seguito ridisegnò. Fondando il proprio studio Unidesign nel 1971, divenne un libero professionista. Lavorò per importanti aziende tra cui Weber del gruppo Fiat, i grandi magazzini Wertheim in Spagna, l’azienda grafica Nava, lo stilista Valentino, Pirelli, La Roche e Colmar. Dal 1977 insegnò al Politecnico di Milano. Ha partecipato a mostre a Venezia, Londra, Parigi, Milano e Johannesburg. Ballmer ha ricevuto diversi premi, tra cui un Compasso d’Oro (1954), un premio per il miglior manifesto svizzero (1961), un premio all’Esposizione Nazionale Svizzera (1964 e 1971) e una medaglia d’oro per Identità aziendale Olivetti al BIO 5 di Lubiana (1973).

Ballmer in una rara intervista ha dichiarato:

“Ho avuto occasione di partecipare a una eccezionale esperienza: lo sviluppo dell’immagine aziendale Olivetti. Fui chiamato a Ivrea da Adriano Olivetti, nel 1956, e da allora ho contribuito con entusiasmo a creare la fama di questa industria nella corporate identity.” 

Walter Ballmer appare come una persona riservata di cui si sa molto poco e che arriva in Italia nel 1947 iniziando a lavorare con quello che all’epoca era l’unico posto dove erano accettati e richiesti i talenti internazionali: lo Studio Boggeri. La scuola svizzera dello studio si incrocia con la scuola tedesca del Bauhaus e da vita ad un profondo cambiamento nella grafica italiana che si adatta perfettamente alle nuove realtà industriali italiane che necessitavano di uno stile internazionale come Pirelli o Olivetti.

I lavori di Ballmer sono in un certo senso privi di uno “stile” proprio anche se alcuni elementi grafici ricorrono. Lo sono, perché come spesso accade ai grandi protagonisti della grafica internazionale si preferisce mantenere un segno sobrio equidistante tra il proprio stile e la matrice del cliente.

Mentre ero alla ricerca di altre informazioni mi sono imbattuto in quella che credo sia una preziosa descrizione di Ballmer fatta da Glauco Felici in un numero di Graphis del 1979 che riporto in parte sperando che completi quel vuoto che esiste in rete di una figura così rilevante per il graphic design internazionale.

“La perfezione è una sintesi di ordine, geometria e chiarezza; questa è la prima impressione di un osservatore di fronte alle creazioni di Walter Ballmer. Forse il sospetto che dietro le rigorose cadenze e i volumi razionali si nasconda una passione modernista per tutto ciò che è tecnico, freddo e immutabile. Ma come spesso accade, la verità smentisce le apparenze o le conferma solo in parte. Se si interroga Ballmer sui suoi esordi come designer, ammetterà, senza sminuire l’importanza della sua formazione, che l’impulso decisivo gli venne dall’esempio di sua madre, di cui ha sempre ammirato l’abilità nella pittura e in ogni lavoro che richiede destrezza manuale. Questo è il primo punto di contrasto: l’uomo che si muove con tanta disinvoltura tra i meccanismi dei grandi complessi industriali, che sa destreggiarsi tra le intricate prefigurazioni della tecnologia del futuro, si basa su una capacità originariamente fondata sull’artigianato e su semplici operazioni manuali. Quando è al lavoro, nel suo studio dai grandi spazi bianchi dal nome sinottico di Unidesign, la sua fusione di logica e immaginazione è supportata da un flusso continuo di gesti, di manipolazione di elementi che desidera unire o separare, inclinare, spostare o capovolgere, affinché l’occhio possa confermare ciò che la mente già intuisce.”

Basterebbe questo per comprendere la portata del lavoro di Balmer per non parlare delle numerose persone, esperienze e ambienti che lo hanno profondamente influenzato: Herbert Matter e i suoi fotomontaggi, la scuola di arti e mestieri di Basilea, gli insegnamenti del Bauhaus, Hermann Eidenbenz, Hans Erni (che lo convinse a scegliere Milano anziché Parigi), lo Studio Boggeri, Max Huber, Adriano Olivetti e l’eccezionale esperimento di organizzazione industriale che aveva immaginato, la “Neue Grafik”, il “Visual Design”, alcuni grafici italiani (Munari, Grignani, Sambonet, ecc.). Ma Ballmer si è arricchito grazie a questi contatti senza subire alcun cambiamento nel suo stile o nelle sue opinioni. Possedeva una teoria che probabilmente avrebbe fatto fatica a formulare, ma che, attraverso il lavoro, riusciva a mettere in pratica senza difficoltà, e la applicava, ricercando la perfezione in diversi ambiti.

Felici continua “un altro punto di contrasto: ci si potrebbe aspettare che la volontà di perfezione di Ballmer lo porti all’estremo della specializzazione. In realtà, è orgoglioso della sua capacità professionale di mantenere gli stessi elevati standard nella progettazione di un marchio o di una mostra, nell’ideazione e realizzazione di un’immagine aziendale, nella pittura, nella creazione di un layout per un poster o una pubblicità. A questo punto possiamo azzardare un’ipotesi. La vitalità del lavoro di Ballmer nasce dalle tensioni della sua stessa personalità. È soddisfatto solo di un compito che costituisce una sfida, che non può essere ridotto a procedure di routine. Ballmer sa interpretare e dare vita a ogni situazione, dalla realtà concreta delle apparecchiature meccaniche alla fredda precisione dei sistemi elettronici e alle frivolezze della moda. Essendo lui stesso un tecnico della comunicazione, è certo dell’utilità di trasmettere la sua esperienza ai giovani della scuola di design in cui insegna”. 

Il lavoro di Ballmer mantiene una discrezione di fondo preferendo sempre lo stile del committente al proprio. In realtà un po’ alla volta lo stile complessivo dei suoi lavori e quindi dei suoi clienti assomigliano sempre di più allo stile delle sue opere pittoriche e via via questo “discreto” Graphic designer” che nel tempo coltiva la stessa passione della madre di dipingere, lascia una traccia indiscutibile. Un segno in cui la rigidità della composizione strutturale svizzera si mescola all’alchimia cromatica del dinamismo milanese lasciando intravvedere un certo senso umanistico delle proporzioni, soprattutto quando i lavori vengono firmati per quella grande esperienza umanistica che è stata la scuola di comunicazione dell’Olivetti.

Courtesy by: Graphis 204, Glauco Felici. Alle radici della comunicazione visiva italiana, Heinz Waibl 

Leggi l’articolo su Touchpoint di Giugno-Luglio | 2026 n° 05-06

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *