“Credo fermamente che in una società ideale tutti dovrebbero essere in grado di progettare, al contrario di ciò che accade nella nostra società, in cui la creatività dei più viene sacrificata a vantaggio della creatività di pochi; la progettazione dovrebbe essere introdotta come materia nelle scuole di ogni ordine e grado per consentire a ogni persona di prendere consapevolezza di quella che è la sua potenzialità creativa.”

Ecco, basterebbe partire da questa citazione, che mette al centro l’uomo e la sua evoluzione estetica come strumento per migliorarsi e migliorare il contesto in cui vive, per capire quale sia la portata del lavoro di A G Fronzoni. Un percorso, il suo che prima ancora di essere percepito come un caposaldo assoluto dell’estetica grafica consente di provare ad immaginare un altro modo di intendere questa professione.  

In un’epoca in cui nessuno riesce più a cogliere la differenza tra “creare” e generare continui cloni di immagini con sistemi di Ingegneria artificiale, parlare di educazione creativa allargata a tutti, suona ancora più rivoluzionario. La proposta di A G Fronzoni è proprio opposta alla quantità di immagini vomitata dalla “Macchina” e va nella direzione di lavorare con gli elementi grafici per sottrazione, disponendo, a volte, i caratteri tipografici anche ai bordi della pagina, quasi come se volessero andare oltre i limiti fisici dell’universo cartaceo conosciuto.

Mi piace il lavoro di A G Fronzoni perché contiene una lezione di rigore matematico e di progettazione che si basa sulla logica estetica del costruire. La creatività per me è sempre stata la conseguenza “logica” di un ragionamento volto a trovare soluzioni originali in grado di aiutare le aziende ad essere rilevanti attraverso messaggi e percorsi estetici unici.

“Dobbiamo puntare all’essenziale, eliminare ogni effetto superfluo, ogni orpello inutile, elaborare un concetto su basi matematiche, su idee fondamentali, su strutture elementari; dobbiamo assolutamente evitare sprechi ed eccessi”. – A G Fronzoni.

[AGF] sosteneva che la sua aspirazione non fosse quella di soddisfare le esigenze dei suoi clienti, ma di eliminarle del tutto. Il suo background ideologico non gli permetteva di incoraggiare la percezione che un oggetto possieda altri valori oltre a quello funzionale, al suo scopo strumentale. Una delle sue citazioni preferite era quella dello storico dell’arte G.C. Argan, che una volta scrisse: “Chi rifiuta il design, accetta di essere progettato”. Di conseguenza, AGF affermava di credere in un approccio collettivista alla pratica del design e sosteneva che il design non dovesse essere appannaggio di pochi professionisti, ma un’abilità diffusa quanto la scrittura, perché “chi progetta, progetta prima di tutto sè stesso”. [ […]] 

AGF insisteva sul fatto che il suo vero cliente fosse la comunità sociale. Il suo lavoro mirava a raggiungere il pubblico attraverso una pratica che evitava l’autorialità e l’autorità. (Domus)

A differenza di molti altri graphic designers, AGF ha saputo trasferire il suo messaggio attraverso l’insegnamento creando una vera e propria scuola simile al modello della bottega rinascimentale codificando il suo pensiero. A proposito della tipografia, per esempio, disse che “La simmetria appartiene al passato, mentre l’asimmetria è moderna, perché è dinamica, ed un punto fermo per il progettare contemporaneo. Quanto è stato fatto non solo non è moderno: è lo specchio di una società non avanzata.” 

A proposito del bianco e nero invece il pensiero sembra raccontare un viaggio simile a quello di Odysseo nel mondo della grafica. “Esterno-interno, al di là-al di qua, privato-pubblico, pieno-vuoto, rumore-silenzio. Bianco e nero come atteggiamento di riduzione, spinto fino all’azzeramento: il meno e il più. […] Le zone bianche, le zone di riposo che identificano spazio e tempo, sono là dove noi riusciamo a costruirle, togliendo da. In partenza è eliminazione […]. Zone bianche sono viaggi non fatti, anche se desiderati, cose non dette, amore dato e scordato, doni fatti per impoverirsi, per non avere più quello che si aveva prima. Il non possedere. […] Spazi bianchi sono l’uomo – la meraviglia di esserlo – l’aria, l’acqua, il fuoco. Il sogno. […] Le zone nere: in senso lato, quelle occupate dal potere che ha oltrepassato ogni limite tollerabile e si avvia alla distruzione del mondo nel suo delirio di profitto. Nero è il non progetto. Ma il nero è anche una sorgente di forza, unisce al mistero una grande potenza che può essere impiegata. […] La mia fede in un avvenire migliore non si spegne. Una progettazione che cerca di aprire un orizzonte d’azione articolato, coerente, razionale, socialmente responsabile dell’ambiente umano e del suo destino. Una progettazione che non serve a soddisfare i bisogni della committenza ma a sradicarli. Progettare per sopravvivere e sopravvivere grazie al progetto.” 

Signore signori questo non è soltanto il percorso di un bravissimo graphic designer ma di un filosofo pensatore dalla visione illuminata prestato al mondo della grafica dove con l’uso di vuoti e pieni, di bianchi e neri ha creato delle opere di rara bellezza lasciando di se una traccia indiscutibilmente unica.

Courtesy by: Archivio A G Fronzoni, museodelmarchioitaliano.it, AIAP, Domus, Alle radici della comunicazione visiva italiana (Heinz Waibl)

https://www.agfronzoni.com

Leggi l’articolo su Touchpoint di Aprile – Maggio | 2026 n° 03-04