Passeggiando fra via Arena e via Conca del Naviglio a Milano si incontra un giardino pubblico dedicato ad Attilio Rossi, pittore, artista grafico, fondatore di Campo Grafico curatore di mostre internazionali e amico di artisti stellari come Pablo Picasso. Così tanto bravo da riuscire a convincere il “grande Pablo” a esporre a Milano il suo celebre “Guernica” nell’ambito del progetto espositivo della mostra su Picasso nel 1953 a Palazzo Reale. Il prestito di Guernica riuscì grazie alla grande amicizia tra i due, che risaliva al 1939, dovuta all’impegno comune nel sostegno agli esuli spagnoli dopo la guerra civile ma anche sulla base di una premessa di grande forza persuasiva, in quanto la promessa fatta a Picasso fu quella di esporre l’opera nella grande sala delle Cariatidi ancora deturpata dai segni della guerra, con i muri bruciacchiati e per la prima volta aperta al pubblico dopo i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale.


Attilio Rossi di Albairate, classe 1909, come riporta Treccani “nel 1925 iniziò a lavorare come tipografo e impaginatore all’Istituto grafico Bertieri e Vanzetti di Milano. Nella seconda metà degli anni Venti frequentò la scuola serale dell’Accademia di Brera e la Scuola del libro, dove seguì i corsi di Guido Marussig e di Atanasio Soldati. Nella prima metà degli anni Trenta i suoi riferimenti culturali erano il Bauhaus di Walter Gropius, le teorie di Charles-Édouard Jeanneret (noto come Le Corbusier), Piet Mondrian e Pablo Picasso”.

A Milano in quegli anni frequentava gli artisti che gravitavano intorno alla galleria Il Milione, tra gli altri Osvaldo Licini e Lucio Fontana. Insomma tra la formazione tra i banchi tipografici e la frequentazione di Brera non poteva che nascere una miscela creativa che nel 1933 lo portò a fondare insieme a Carlo Dradi la rivista Campo Grafico, della quale fu direttore fino al 1935 quando visto il complicato rapporto con il regime fascista si trasferì con la moglie a Buenos Aires. Campo Grafico era concepita come una continuazione ideale del Bauhaus, con lo scopo di portare le avanguardie artistiche nella grafica e nella tipografia. Fu un’esperienza rivoluzionaria non solo per la sua originale ed esemplare formula esecutiva, ma perché contribuì a rinnovare la grafica in Italia, aprendola alle influenze della scuola di Weimar e dell’artecontemporanea (Picasso, Mondrian, Kandinsky e così via). I “Campisti”, come erano definiti i collaboratori della rivista, scrissero davvero “regole nuove” della grafica italiana con critiche feroci allebrutture di quegli anni; basti pensare alla rubrica “La Rassegna del Brutto”, che metteva in evidenza le realizzazioni grafiche criticabili rispetto ai canoni estetici di leggibilità e innovazione propugnati dalla rivista. Sulle pagine della testata, apparivano studi, prove, esempi pratici relativi alla tecnica grafica con i primi fotomontaggi e con impaginazioni e utilizzo dei caratteri che fecero di Campo Grafico una rivista eminentemente tecnico-dimostrativa. Ogni numero ebbe un’impaginazione diversa. Tutti i numeri furono realizzati gratuitamente; anche i tipografi si prestarono volontariamente a questo esperimento editoriale mettendo a disposizione la propria manodopera nelle ore libere del sabato e della domenica. Infine, i fascicoli vennero stampati presso officine grafiche di imprenditori milanesi aperti all’innovazione.

L’immagine di copertina del primo numero – realizzato da Dradi, Rossi, Pallavera – fu un fotomontaggio ed è il primo esempio in assoluto di questa tecnica in Italia.

Nel 1983 la rivista venne ripubblicata in un bel libro da Electa con l’art direction di Massimo Dradi riportando inluce le magnifiche composizioni tipografiche con variazioni spaziali che ricordano davvero le migliori pagine di architettura modernista dell’epoca. Nel ’35, parallelamente all’attività di grafico, inizia a dipingere e quello che viene considerato il suo primo quadro “Assonometria” che rivela come le ricerche grafiche e pittoriche dell’astrazione geometrica del Bauhaus abbiano influito sulla sua prima impostazione. Nel periodo di permanenza a Buenos Aires divenne direttore artistico della casa editrice Espasa Calpe, per la quale progettò la prima collana economica sudamericana, l’Austral, mentre nel 1938 fondò insieme a De Torre, Losada e Romero la casa editrice Losada, che iniziò a pubblicare l’opera omnia di Garcìa Lorca. Si interessò di critica d’arte e conobbe Jorge Luis Borges e altri intellettuali argentini e organizzò una mostra, nella galleria Moody di Buenos Aires, degli astrattisti italiani che gravitavano attorno alla galleria Il Milione. Soggiornò varie volte in Italia tra il ’46 e il ’49 partecipando anche a una Biennale a Venezia fino a quando non decise di trasferirsi definitivamente a Milano nel 1950, proprio dalle parti della Darsena. Alla Fondazione Cariplo c’è una sua tela che amo particolarmente per la sua astrazione geometrica che si intitola “Darsena” e non a caso la città di Milano decise di dedicare uno spazio all’aperto all’artista che qualcuno ha definito “il cantore dei Navigli” anche se la definizione secondo me è un po’ riduttiva rispetto alla storia ricca e articolata delle sue opere e della sua vita. La cosa che mi colpisce di Rossi è la pulizia delle sue linee guida che mi sono sembrate, ancora prima che grafiche, quasi morali.
La nettezza di quanto fatto dal punto di vista umano sembra coincidere con il rigore che si trova nelle griglie grafiche di Campo Grafico, ma anche nelle semplificazioni astratte di alcune sue opere che a mio modo di vedere lo avvicinano a Mondrian, non a caso uno degli artisti più grafici in assoluto.

Leggi l’articolo su Touchpoint n.02 | Marzo 2022

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