Sono stato, qualche giorno fa, a spasso per le vie di Milano per scoprire che aria tirasse nel mondo della grafica di casa nostra cercando di scoprire quanto di più interessante offrisse questo primo Milano Graphic Festival che si distribuiva tra Base Milano, Certosa Graphic Village e una miriade di altre location sparse, come in un FuoriSalone, tra studi grafici, gallerie, scuole, musei e istituzioni varie. Una manifestazione che mi haricaricato dal punto di vista dell’energia che ho percepito, al di là delle belle “cose” che ho visto e al netto dei vari interventi che ho seguito.

Una città piena di giovani grafici e senior designer per nulla nostalgici, che hanno come me, sicuramente approfittato dell’apertura straordinaria di alcuni luoghi di lavoro di grandi artisti delle generazioni precedenti, come lo studio di Giancarlo Iliprandi curato dall’Associazione medesima o che hanno potuto ammirare una collezione unica dedicata a Campo Grafico al Museo dell’ADI in collaborazione con AIAP.

Ho iniziato da Milano e dalla fortunata coincidenza del Graphic Festival per presentare uno dei maggiori talenti grafici della seconda metà del secolo scorso: Ezio Bonini.

Nato a Milano nel 1923 dopo gli studi al liceo artistico e all’Accademia di Brera ha iniziato l’apprendistato con Albe Steiner (anche lui ben rappresentato al Certosa Graphic Village) per continuare poi per più di vent’anni con lo Studio Boggeri. Tra le attività di spicco da inserire nelle note biografiche c’è ovviamente la società fondata con Max Huber, grafico svizzero ma attivo a Milano e più tardi la CBC, fondata con Umberto Capelli e Aldo Calabresi. Come sempre le note biografiche dicono solo una parte delle qualità delle persone o dei loro percorsi artistici e anche queste note schematiche che compaiono per esempio nell’Archivio Grafica Italiana, non fanno pienamente luce sul percorso artistico di questo artista milanese che grazie al suo stile internazionale ha comunicato l’Italia della Fiera di Milano a tutto il mondo.

Ci sono nei lavori di Bonini dei segni grafici che si ripetono in una specie di firma o di stile continuativo; per esempio nel poster di Sirenella del 1946 realizzato insieme a Max Huber compaiono i primi elementi grafici che verranno usati poi da altri come i cerchi colorati, che in questo poster visualizzano un elemento di energia quasi a volere rappresentare il dinamismo del suono di una cassa acustica. Poi ci sono le pubblicazioni e i lavori per la rivista Pirelli dove la particolare energia delle forme strutturali dell’architettura di Pier Luigi Nervi, per esempio, si fondono con uno stile asciutto che mette al centro dello spazio soltanto la forma della struttura, fotografata da Mulas, astraendola dal contesto e sottolineando la purezza delle linee.

Quello che trovo di interessante nella cultura grafica e nelle cose che ho visto durante il Graphic Festival, curato da Francesco Dondina, è che accanto alle ricerche e alle sperimentazioni di varie scuole e di young talent che esprimono la loro libertà espressiva c’è sempre un grande rispetto per il lavoro fatto dai designer delle generazioni precedenti, che al di là della loro modernità rispetto all’epoca in cui hanno lavorato, sono considerati ancora come punti di riferimento per le giovani generazioni. Credo che questo sia dovuto, oltre alla qualità dei singoli graphic designer,
al fattore costruttivo che esiste dietro a ogni lavoro grafico che per alcuni versi si avvicina più all’architettura con i suoi schemi di impaginazione e le sue griglie rigide e che quindi ripercorre schemi classici che non tramontano mai. Nei lavori di Bonini c’è molta libertà espressiva ma al tempo stesso molto rigore come nel lavoro per la Fonderia Lucini dove tutte le lettere sparse sono regolate da un uso sapiente delle proporzioni auree e dove il compasso misura e calcola la disposizione delle lettere.

Bonini non è uno di quei grafici super famosi studiati dagli studenti delle scuole e non ha nemmeno una pagina su Wikipedia nonostante abbia sempre lavorato con gente bravissima e diventata famosa per avere uno studio con il proprio nome sulla porta. Forse l’aver lavorato tanto tempo per lo Studio Boggeri e per lo studio di pubblicità Crippa e Berger lo ha reso meno visibile degli artisti indipendenti.

Ho trovato una sua illustrazione pubblicata dalla rivista Fiera di Milano che è conservata negli archivi della Triennale che dice molto della sua formazione artistica e spero che aiuti a comprendere meglio lo spessore creativo e artistico di questo milanese con la passione per la pesca e mi auguro che qualcuno si metta a cercare nei vari archivi o presso le varie associazioni di categoria i suoi lavori per scoprire e magari vedere esposti nella prossima Milano Graphic Festival, una sintesi dei lavori realizzati per la Fiera di Milano.

Leggi l’articolo su Touchpoint n.03 | Aprile 2022

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