Mario Pompei l’ho scoperto a Bologna, tra i banchi di una fiera del libro, attraverso un volume edito da Electa per il Museo dell’Illustrazione di Ferrara. La curatrice della pubblicazione e all’epoca Presidente del museo ferrarese, Paola Pallottino mi ha aperto gli occhi su un altro capitolo che per certi versi mi ero “perso” della grande storia della comunicazione grafica italiana. Mario Pompei non è veramente un“pubblicitario” come abbiamo considerato alcuni cartellonisti del secolo scorso e si potrebbe definire più un illustratore che attraverso la sua attività di scenografo ha creato i suoi cartelloni pubblicitari per le opere teatrali da lui realizzate.

Pompei nacque a Terni nel 1903 ma visse sempre a Roma dimostrando da subito una precoce vocazione per le arti figurative e grazie alle sue doti e probabilmente al fertile ambiente familiare (il papà era giornalista a La tribuna) si mise in luce da giovanissimo, realizzando, poco più che sedicenne, la scenografia per il “Teatro dei Piccoli” con Vittorio Podrecca.Accanto a una carriera brillante come scenografo, Pompei portò avanti una attività di illustratore che spaziava dai libri per l’infanzia con uno stile conveniente all’epoca in cui viveva ma elaborando anche un suo personalissimo segno, molto forte e stilizzato, che venne applicato in varie collaborazioni per riviste illustrate dell’epoca. Si vedano a questo proposito le testatine per “Play” e “Le Scimmie e lo specchio”, le illustrazioni per Cuor d’oroRagazzi d’ItaliaNovellaComoediaNoi e il MondoIl DrammaLe Grandi firmeLa DonnaVita Femminile e le copertine per CordeliaIl Fanciullo Il giornalino della Domenica.

Le figure eleganti e sottili rappresentano un punto di congiunzione particolarmente originale tra il mondo della moda e il mondo delle marionette; le figure filiformi delle “mannequin” sembrano danzare e sfilare senza fili in modo allegro e scanzonato. I segni e il lettering nelle riproduzioni in bianco e nero hanno una precisa collocazione temporale nel mondo a cavallo tra Decò e Futurismo ma contengono anche una certa leggerezza fanciullescaquasi si trattasse di raccontare una fiaba a degli adulti un po’ bambini. Oltre all’attività di illustratore, Pompei si è dedicato alla creazione di una serie bellissima di copertine per libri spesso realizzate a due colori. La tecnica ricorda quella forte ed espressiva della xilografia nordica.

Ci sono delle immagini che hanno una forza intrinseca e che attraverso la “sottrazione” degli elementi rendono la crudezza del messaggio ancora più espressivo.

La grafica lavora con le tinte piatte ma grazie al taglio delle immagini crea delle profondità e delle inquadrature in diagonale di forte suggestione, nella cover “Hispano” mi sembra di ritrovare Ferenc Pinter e non importa se non si sono mai incontrati ma c’è in comune una ricerca di purezza grafica che rende questo artista degli ani ’30 così moderno e contemporaneo. In un’altra copertina, i soldati tedeschi che marciano con le maschere antigas sembrano usciti dal film di AlanParker The Wall dei Pink Floyd. Come illustratore ha la capacità di raccontare con il suo stile, dai colori primari e dalle forme geometriche, un mondo che richiama il Futurismo italiano di Depero e i caratteri tipografici sembrano “saltellare” solidi e pieni come tante marionette di un teatro per bambini.


C’è un giocoso modo di comporre e vedere la realtà dello spettacolo e mi sembra quasi che un altro collegamento grafico lo si possa azzardare con ilgrande Armando Testa accostando il poster delle Peripezie di Pinco e Pallino con la famosa campagna Carpano dove vediamo il Re Carpano sempre di profilo in compagnia dei Napoleone o dei Giuseppe Verdi. Eugenio Manzato nella sua analisi sui manifesti di Pompei per il teatro, traccia comunque una linea di lavori eseguiti seguendo i canoni estetici e narrativi tipici dei cartelloni pubblicitari degli spettacoli teatrali scorgendo però tra le varie opere un autentico gioiello che ho trovato a colori solo in una vecchia piattaforma digitale di gallerie del manifesto e che mi ha colpito particolarmente. Anche Manzato definisce “geniale” il manifesto per lo spettacolo “Bolle di sapone” andato in scena nel 1928 al teatro Valle di Roma e per il quale Pompei realizzò le scenografie. 

“La composizione si presenta di grande scioltezza, quasi seguendo il ritmo compassato della musica; ma è soprattutto la rappresentazione di un musicista nero che suona il sassofono che non può fare a meno di stupire a quella data. Il cantante di jazz, il primo film sonoro in cui Al Jolson suona il sax truccato da nero, è solo dell’anno prima. Presupponendo che Pompei non li avesse visti va comunque registrato un aggiornamento di gusto eccezionale”.

Il manifesto ha una sua forza e modernità che per certi versi ricorda i migliori esempi dell’epoca in cui all’eleganza di Dudovich si contrapponeva lo stile originale e d’impatto dei cartelloni di Cappiello o Nizzoli. L’opera di Pompei è così ricca e originale che meriterebbe uno spazio più ampio ma quello che mi ha colpito del suo percorso artistico è la messa in scena continua attraverso l’illustrazione della realtà quasi come se la sua vita artistica fosse un solo grande spettacolo o una favola da raccontare con gentilezza a un pubblico di tutte le età. Teatro dell’illustrazione o illustrazione del teatro? Il calembour mi ricorda il lavoro di Jean Cocteau, che amava disegnare quello che scriveva e che della sua attività disse: “Je écris mon destin, et je dessine mon ecriture”.

Courtesy of Paola Pallottino, Electa, Museo dell’illustrazione Personal Collection

Leggi l’articolo su Touchpoint di Novembre | 2023 n° 09

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *