Esponente di punta della grafica modernista, traghettatore del design italiano negli Stati Uniti, ma ancheprogettista con la moglie Lella di arredi, prodotti e allestimenti che hanno segnato indelebilmente la cultura del design mondiale.

Parlare di Massimo Vignelli è come parlare di uno dei massimi riferimenti quando la nostra professione ancora si ispirava ad una generazione precedente che aveva letteralmente cambiato le regole del modo di “comunicare” esistenti. Se per un copywriter poteva essere come incontrare Bill Bernbacht per me, quando lo incontrai a Venezia, la città dove ho studiato e con la quale ho un rapporto particolare, era un po’ come incontrare un mito, uno che a Venezia aveva lavorato con Venini ed era arrivato via New York al livello più alto. Insomma, una rock star.

L’incontro era stato propiziato da P.Barbella che all’epoca era uno dei soci fondatori di una bellissima realtà creativa italiana nella quale lavoravo, con alle spalle un network internazionale. Barbella era anche il Direttore Creativo Internazionale e creava spesso occasioni d’incontro con grandi personalità del mondo della comunicazione. Così un bel giorno agli inizi del 2000 a Venezia non mi persi una sola parola dell’elegante uomo che vestiva rigorosamente di nero che ci raccontava il suo punto di vista sulla comunicazione.

L’opera di Massimo Vignelli (Milano, 1931 – New York, 2014) è stata spesso ricondotta ai suoi meriti nel campo della grafica che gli hanno valso, accanto ai più alti onori istituzionali, il plauso incondizionato degli addetti ai lavori come esponente di punta di un segno modernista elegante e senza tempo. Eppure, se c’è un presupposto che questo milanese naturalizzato americano non ha mai smesso di predicare è per l’appunto l’unitarietà della disciplina, scandito nel mantra, semplice quanto definitivo, che più di ogni altro ne ha definito l’attitudine e il pensiero:

se sai progettare una cosa, puoi progettare qualunque cosa.” (Domus)

C’è un libro scritto da Jan Conradi, che si intitola “Two lives, one vision”, che racconta la storia della coppia Lella e Massimo Vignelli attraverso i racconti dei due protagonisti e una serie di interviste ai collaboratori e amici che hanno condiviso una storia che ha modificato il modo di comunicare delle aziende. È anche una bella storia di complicità e di gratitudine verso la moglie che per tutto il tempo è rimasta la compagna di vita e di lavoro dell’esuberante italiano. Ci sono aspetti curiosi che parlano di come i percorsi dei due siano stati così diversi tra loro ma con un punto in comune che li ha resi complementari nel lavoro e probabilmente nella vita. Vignelli racconta di aver avuto un’infanzia difficile a causa della separazione dei suoi genitori, della guerra e dei continui spostamenti tra Genova dove risiedeva la madre e Milano dove abitava il padre. Studente svogliato al liceo scientifico e al liceo classico divenne invece al liceo artistico uno dei più brillanti studenti. La traccia era segnata e negli anni ’50 tra l’Accademia di Brera e il Politecnico di Milano scoprì il mondo della progettazione iscrivendosi alla facoltà di Architettura. Nella Milano degli anni ’50 architetti e designer erano così raggiungibili che bastava girare l’angolo. Così attraverso il cugino che disegnava per i fratelli Castiglioni, si trovò a conoscere Natan Rogers, quello a qui viene attribuita la famosa frase che gli architetti devono disegnare “dal cucchiaio alla città”. Il concept è probabilmente di Adolf Loos e adesso la frase viene attribuita anche a Vignelli che ha usato varie volte per ribadire il concetto che se sai progettare una cosa, puoi progettare qualunque cosa.

A differenza di Massimo Vignelli, Elena “Lella” Valle era figlia di un architetto di Udine che aveva avviato alla professione i figli maschi ma che aveva stimolato anche le figlie a disegnare fin da subito. Provini Valle, il padre di Lella oltre ad essere un rispettabile architetto (aveva disegnato la Terrazza a Mare di Lignano) era anche uno specialista di urbanistica e un grande pianificatore, dote che la figlia ha utilizzato (a detta di Massimo) per organizzare il lavoro dell’estroverso marito.

Tornando a Vignelli, la cosa che mi sorprende sempre, è quanto siamo rilevanti certe coincidenze nella vita. La sua curiosità lo porta nel ’49 a Bergamo per il settimo “Congrès international d’architecture moderne” il cui poster era stato disegnato da Max Huber, il grafico svizzero che lavorava con lo Studio Boggeri e che più tardi diventerà anche il Direttore Creativo di Einaudi.

Uno dei migliori amici di Vignelli era Heinz Weibl che era stato suo compagno di corso all’università e siccome entrambi lo volevano incontrare, Heinz organizzò un incontro. Huber stava cercando casa e in quei giorni si stabilì nientemeno che a casa di Massimo che dichiarò che “era come avere a casa un personal trainer di grafica e design”. Erano i primi anni cinquanta e lo stile svizzero non era ancora esploso in Italia e non era ancora arrivata l’onda della rivista svizzera “Die neue grafik” e così Massimo disse di Huber:

“he was the starting point for me of grids and graphics and Albe Steiner and the work of Olivetti”.

Quindi per tornare a noi e alle coincidenze cercate, se Max Huber ha introdotto Vignelli alla grafica svizzera è altrettanto normale immaginare che l’Helvetica utilizzato più volte da Vignelli non sia una casualità ma uno dei tanti aspetti positivi di questo crocevia di influenze creative che era la Milano negli anni ’50.

Milano è anche il punto di contatto tra Lella e Massimo; lei era venuta con il padre per una conferenza di architettura e sull’autobus che li portava al centro congressi c’erano sei giovani studenti ai quali era stato chiesto di lavorare come freelance per l’esibizione. Tutti e sei diventeranno famosi; oltre a Vignelli c’era l’amico di sempre Heinz Waibl, Giotto Stoppino, Aldo Rossi, Michele Achilli e Guido Cannella. Questo è il primo incontro tra una giovanissima studentessa e un poco più grande di lei studente del Politecnico. I due trovano il modo di sentirsi e di incontrarsi con qualche perplessità della famiglia di lei ma nel 1952 Massimo trova il modo di trasferirsi a Venezia per frequentare il corso di Architettura mentre nel ’53 lei si diploma.

A Venezia insegnavano tre dei più grandi architetti italiani, Ignazio Gardella, Giancarlo, De Carli e Franco Albini (quest’ultimo era il mentore di Lella) e la città era al centro di un dibattito architettonico tra innovazione architettonica e conservazione degli edifici storici.

Gardella è uno dei pochi a disegnare e realizzare un edificio che si affaccia sul canale della Giudecca mentre Le Corbusier ci prova con un progetto contradditorio sul Canal Grande che (parere personale dopo averlo visto) rimane per fortuna sulla carta.

I nostri due che volevano assolutamente conoscere il grande architetto svizzero, si improvvisarono guide turistiche accompagnandolo per le calli di Venezia e approfittando così della sua compagnia.

Il lavoro dell’architetto negli anni ’50 era difficile e la maggior parte degli studi assumeva gli assistenti solo per il tempo necessario a produrre il singolo progetto e così dopo varie esperienze Vignelli decide di accettare una collaborazione con la vetreria Venini che durerà fino al 1957.

Nel frattempo era stato influenzato dall’architetto Giancarlo de Carlo e dalla sua visione etica e dalla sua attività nella Resistenza Italiana, che lo portava a dire: “tutto quello che fai deve avere un senso; quando disegni una linea, quella linea ha un significato”.

Così si avvicina all’idea del comunismo e viaggia in Russia organizzando campi studi coinvolgendo con articoli scritti Natan Rogers e Le Corbusier. L’illusione di una società migliore si frantuma, a detta di Vignelli, nel ’56 con l’invasione di Budapest da parte dei Russi e decide così di scoprire il mondo così “joyfull” dell’architettura americana della California degli Eames, Ellwod e Soriano.

Nel 1957 Vignelli ottiene una borsa di studio presso la Towle Silversmiths di Newburyport Massachusset mentre Lella ne ottiene una al MIT e così decidono dopo essersi sposati di partire per gli USA.

Ma quando Vignelli è diventato uno dei grafici più influente del 900?

I primi anni americani non sono così esaltanti come ci si potrebbe aspettare però nei due anni passati a Chicago incontrano uno dei massimi designer dell’epoca Jay Doblin. Doblin che aveva lavorato con Raymond Loewy, il papà della bottiglia della Coca Cola e dell’immagine delle Lucky Strike e dirigeva l’Institute of Design presso l’Institute of Technology, offre a Vignelli un posto come insegnante. Il “design method” di Doblin verrà rielaborato da Vignelli al suo rientro in Italia dove assieme a Lella nel 1960 danno il via ad una vera e propria attività di consulenza creativa, grafica e di design. Lella si Laurea in Architettura e si iscrive all’Albo nel ’62 mentre Massimo insegna teoria del colore e basic design all’Umanitaria di Albe Steiner e alla Statale di Venezia.

In parallelo lavorano per vari committenti producendo tra gli altri l’immagine coordinata per il Piccolo Teatro di Milano (con l’uso massiccio di Helvetica). Quattro anni molto produttivi dove si misurano con l’essere imprenditori oltre che insegnanti e grafici ed è proprio il lavoro del Piccolo in grado di dare chiarezza attraverso una struttura che semplifica in modo potente i contenuti in modo logico, che si percepisce il messaggio alla base del lavoro futuro dei Vignellis.

Nel corso della lunghissima carriera, Vignelli non sembra avere indossato altro che i panni del designer, lavorando in maniera indefessa e senza mai disattendere un vero e proprio codice etico che, cristallizzato in diversi libri e manifesti, è rimasto la spina dorsale, il filo rosso di tutto il suo operato (Domus).

Nel 1965 fonda Unimark International, agenzia internazionale con undici sedi in cinque paesi insieme a Ralph Eckerstrom,Bob Noorda, James Fogelman, Wally Gutches, e Larry Klein con la “benedizione” e l’amicizia di Doblin. Sono gli anni in cui insieme a Bob Noorda che aveva progettato la segnaletica della metropolitana milanese progetta la mappa della metropolitana di NewYork.

Un diagramma più che una mappa”, terrà a precisare Vignelli; il progetto più noto, anche a seguito del dibattito e delle critiche che ne seguirono. Ispirata alla mappa della metropolitana di Londra del 1931 di Harry Beck e al suo sistema di rappresentazione dei percorsi con angoli di 45° e 90°, la NYC Transit map del 1972 si distinse per l’astrazione geometrica con cui veniva sintetizzato l’intricato labirinto della subway newyorkese: ogni linea è rappresentata con un colore, ogni stazione con un punto, senza riferimenti topografici e senza una restituzione in scala delle dimensioni della città. La mappa trovò però un’opposizione crescente nei suoi utilizzatori, che faticavano a ritrovarvisi giudicandola fuorviante. Abbandonata nel 1979, è rimasta un fenomeno di culto per generazioni di grafici, che continueranno ad apprezzarne la purezza formale insieme all’utilizzo del carattere Standard, vicinissimo all’Helvetica Medium, che accompagnava la segnaletica.

Negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, Vignelli ha saputo cogliere le opportunità offerte dalla risonanza globale delle grandi corporation ma ha anche trovato le condizioni per affermare l’ideale di un design d’impatto, dalle ampie ricadute, lontano da provincialismi o vezzi di nicchia.

A Milano, per lui il soffitto era troppo basso. “Sono venuto a New York pensando che il soffitto fosse alto, e ho scoperto che a New York il soffitto non esiste”.

Nelle parole di Michael Bierut:

Ho imparato veramente moltissimo da Massimo su come essere un buon designer. Ma ho imparato come essere un designer di successo da Lella.

Courtesy:

Domus, Two lives, one vision, Jan Conradi (Rit Press)

https://www.museodelmarchioitaliano.it

(Intervista 2012) IADP Italian American Digital Project

https://www.youtube.com/watch?v=5TFZ3RVhN1s

Letizia Airos, Italian Cultural Institute, NY, From A to Z di Massimo Vignelli

https://regolenonregole.wordpress.com/2018/02/19/from-a-to-z-massimo-vignelli

Lella and Massimo Vignelli

https://www.youtube.com/watch?v=B1Yqg5s-QBE

Leggi l’articolo su Touchpoint di Settembre | 2025 n° 07